"Cavalli di luna e di vulcani" (alla figlia)
Isole che ho abitato
verdi sui mari immobili.
D'alghe arse, di fossili marini
le spiagge ove corrono in amore
cavalli di luna e di vulcani.
Nel tempo delle frane,
le foglie, le gru assalgono l'aria:
in lume d'alluvione splendono
cieli densi aperti agli stellati;
le colombe volano
dalle spalle nude dei fanciulli.
Qui finita è la terra:
con fatica e con sangue
mi faccio una prigione.
Per te dovrò gettarmi
ai piedi dei potenti,
addolcire il mio cuore di predone.
Ma cacciato dagli uomini,
nel fulmine di luce ancora giaccio
infante a mani aperte,
a rive d'alberi e fiumi:
ivi la latomia l'arancio greco
feconda per gl'imenei dei numi.
Già vola il fiore magro
Non saprò nulla della mia vita,
oscuro monotono sangue.
Non saprò chi amavo, chi amo,
ora che qui stretto, ridotto alle mie membra,
nel guasto vento di marzo
enumero i mali dei giorni decifrati.
Già vola il fiore magro
dai rami. E io attendo
la pazienza del suo volo irrevocabile.
Inizio di pubertà
Saccheggiatrice d'inerzie e dolori,
notte; difesa ai silenzi,
l'età rigermina
delle oblique tristezze.
E vedo in me fanciulli
leggiadri ancora sull'anca,
al declivio delle conchiglie
turbarsi alla mia voce mutata.
Imitazione della gioia
Dove gli alberi ancora
abbandonata più fanno la sera,
come indolente
è svanito l'ultimo tuo passo,
che appare appena il fiore
sui tigli e insiste alla sua sorte.
Una ragione cerchi agli affetti,
provi il silenzio nella tua vita.
Altra ventura a me rivela
il tempo specchiato. Addolora
come la morte, bellezza ormai
in altri volti fulminea.
Perduto ho ogni cosa innocente,
anche in questa voce, superstite
a imitare la gioia.
Delfica
Nell'aria dei cedri lunari,
al segno d'oro udimmo il Leone.
Presagio fu l'ululo terreno.
Svelata è la vena di corolla
sulla tempia che declina al sonno
e la tua voce orfica e marina.
Come il sale dall'acque
io esco dal mio cuore.
Dilegua l'età dell'alloro
e l'inquieto ardore
e la sua pietà senza giustizia.
Perisce esigua
l'invenzione dei sogni
alla tua spalla nuda
che di miele odora.
In te salgo, o delfica,
non più umano. Segreta
la notte delle piogge di calde lune
ti dorme negli occhi:
a questa quiete di cieli in rovina
accade l'infanzia inesistente.
Nei moti delle solitudini stellate,
al rompere dei grani,
alla volontà delle foglie,
sarai urlo della mia sostanza.
Elegos per la danzatrice Cumani
Il vento delle selve
chiaro corre alle colline.
Precoce aggiorna: l'adolescente,
del sangue, ha simile sgomento.
E l'orma dell'acqua è l'alba
sulla riva. Si esauriva in me
il supplizio della sabbia,
a batticuore, spaziando la notte.
Duole durevole antichissimo grido:
pietà per l'animale giovane
colpito a morte fra l'erbe
d'agro mattino dopo le piogge nuove.
La terra è in quel petto disperato,
e ivi ha misura la mia voce:
Tu danzi al suo numero chiuso
e torna il tempo in fresche figure:
anche dolore, ma così quiete
vòlto che per dolcezza arde.
In questo silenzio che rapido consuma
non mi travolgere effimero,
non lasciarmi solo alla luce;
ora che in me a mite fuoco,
nasci Anadiomene.
Sera nella valle del Màsino
Nello spazio dei colli,
tutto inverno, il silenzio
del lume dei velieri:
fredda immagine eterna
navigante! E qui risorge.
Presto la rana cresce il verde:
è foglia; e l'insetto di spine
s'avventa sull'erbe dei canali.
I mulini tentano le ruote,
deserti, all'acqua che si piega.
Non udrò fragore ancora del mare
lungo i lidi dell'infanzia omerica,
il libeccio sull'isole
funebre a luna meridiana,
donne urlare ai morti cantando
dolcezze di giorni nuziali.
E tu come la terra
riappari a volte, e mi deludi
discorde. Basta così poco tempo
per morire da vivi.
Nella veste di colore infantile
inventi il passo d'una spirale
al timpano che imita la notte.
Ma il tuo volto dilegua in tonfi,
in cesure straziate.
Tornano già i prati alla valle; forte
il lamento del corvo. Che certa
presenza, cara, di vita! Avverto
la sera alle tempie, e l'allarme
è un canto di cupo dialetto.
Nulla rimane della mia giornata.
Mi sorprende immutabile la noia
misericorde a ogni gioia apparsa
e alle radici subito indurita.
Calma notte superiore
volontà di consensi,
mi forzerò in così stretta misura
d'ingenua sapienza,
in tutto il freddo pietoso
serrato dentro il mio corpo.
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